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La morte di Rebellin, il dolore di Nibali: «Chi va in bici rischia ogni giorno»

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Il successo di Davide Rebellin alla Liegi-Bastogne-Liegi del 2004

La drammatica fine di Davide Rebellin, travolto da un autocarro mentre era in bicicletta sulle strade di casa, riaccende i fari sul tema della sicurezza dei ciclisti e richiama alla mente tanti altri incidenti della strada che hanno coinvolto campioni, come Michele Scarponi, morto nel 2017 travolto da un furgone, o Alex Zanardi, gravemente ferito nel 2020 dopo uno scontro tra la sua handbike e un camion.

«Non ci volevo credere quando l’ho saputo, ed è stato un vero choc - ha commentato al telefono con l’Ansa l’ex compagno di nazionale di Rebellin, il messinese Vincenzo Nibali -. Era una persona vera, molto tranquillo e un grande professionista e sapere che è morto così mi colpisce davvero, ma conferma che chi va in bici rischia ogni giorno. La sicurezza sulle strade è un obiettivo da perseguire a tutti i costi».

«Anche a me anni fa è capitato di essere “stretto” dal rimorchio di un camion in una curva, durante un allenamento. Mi è andata bene, perché sono stato solo sfiorato ma la sensazione di terrore l’ho ancora ben presente», prosegue Nibali, che avrebbe dovuto partecipare nel pomeriggio alla presentazione a Milano della Maglia Rosa del Giro d’Italia 2023, evento annullato dopo la notizia della morte di Rebellin. Nibali è a favore della proposta di inserire nel codice della strada una norma che obblighi a rispettare la distanza minima di un metro e mezzo in fase di sorpasso di un ciclista.

«È un passo avanti, anche se poi nella pratica e su certe strade non è facile - afferma -. Un metodo più sicuro per andare su strade aperte in allenamento è state affiancati a due a due, perché si è più visibili per chi è al volante».

La sicurezza per i corridori è spesso messa a rischio anche in gara, dove purtroppo non si contano le cadute fatali ma anche gli incidenti dovuti a comportamenti irresponsabili di persone alla guida di auto o altri veicoli piombati nel bel mezzo di una corsa. Nel 1971, morì travolto da un’auto prima di una gara il campione del mondo Jean Pierre Monserè, campione del mondo in carica. Nel 2010, l’azzurro Thomas Casarotto si scontrò con un’auto finita nel percorso di gara durante il giro del Friuli e morì qualche giorno dopo in ospedale. Sorte simile, nel 2016, per il belga Antoine Demoitiè alla Gand-Wevelgem, travolto da una moto e morto in ospedale. Un paio di mesi prima, il 23enne francese Romain Guyot finì sotto un camion a un incrocio. Nomi e volti noti, triste copertina di una strage che riguarda professionisti ed amatori.

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