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Tanti trionfi e qualche caduta nel finale: Nibali all'ultima gara, si chiude un'epoca

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Dei 38 anni di vita vissuta, li festeggerà il 14 novembre prossimo, 28 li ha trascorsi in sella a una bici, pedalando a tutta e, per scelta, a volte pure controvento: dieci gli sono serviti per crescere, nelle categorie giovanili, e diciotto sono stati di successi da professionista. Vincenzo Nibali è l’ultimo eroe di un ciclismo votato sempre meno alla poesia e sempre più alla prosa. Domani (8 ottobre) chiuderà la propria carriera con l’esibizione al Lombardia e solo a quel punto toccherà forse con mano la fine di una carriera difficilmente ripetibile.

Enzino da Messina, occhi neri, sguardo trasognato, devoto alla Madonna nera di Tindari, forza, energia e tanta fantasia, ha incarnato la figura del corridore più forte dei tempi moderni, ereditando da Felice Gimondi lo scettro di specialista nelle corse a tappe. È tutto? Macché. Lo Squalo dello Stretto, in quanto tale, ha vinto anche nelle classiche di un giorno, come la Milano-Sanremo o lo stesso Lombardia. L'amatissima Liegi-Bastogne-Liegi gli è stata negata da un atleta poi positivo al doping, Maksim Iglinskij. Un’ingiustizia che il tempo non cancellerà.

Ha lasciato Messina e le suggestioni dello Stretto che era poco più di un bambino, è cresciuto ciclisticamente in Toscana e alla fine ha deciso di vivere in Svizzera, agli antipodi della Trinacria. È rimasto sempre pulito, anche in un periodo storico in cui le pratiche dopanti erano in voga, ha tenuto alta la bandiera del ciclismo italiano in un’epoca di declino. Gli restano due spine nel cuore: il mancato trionfo in un Mondiale su strada (fallì clamorosamente, scivolando, a Firenze nel 2013) e la mancata conquista dell’oro alle Olimpiadi, nella prova in linea (a Rio, nel 2016, bissò lo scivolone fiorentino nella discesa verso il traguardo, sul quale già si vedeva a braccia alzate).

Esordì al Laigueglia nel 2005: subito attirò gli sguardi di critici e osservatori. Il team manager della Fassa Bortolo, Giancarlo Ferretti, lo elogiò definendolo il «futuro del ciclismo italiano». Umiltà e timidezza lo hanno qualche volta reso pure antipatico e, nell’epoca dei social a oltranza, della visibilità tout-court, ha spesso indossato i panni dell’antidivo. Eroe senza macchia, ha portato la fantasia al potere, stregando anche i francesi con il magnifico trionfo al Tour de France 2014, 16 anni dopo Marco Pantani. Ha griffato due Giri d’Italia, nel 2013 e nel 2016, il secondo con l’aiuto fondamentale dell’amico e gregario Michele Scarponi, che il destino gli ha portato via troppo in fretta. Ha timbrato anche una Vuelta nel 2010, mentre nel 2013 ha visto sfumare la doppietta Giro-Vuelta a causa di Chris Horner, imbattibile sui Pirenei.

È salito una miriade di volte sul podio dei grandi giri, ha ravvivato corse fiacche e distillato gocce di fantasia, dando vita a fughe quasi impossibili in tempi di livellamento tecnico, fisico e atletico. Quando c’è stato da provare, Enzino da Messina lo ha fatto. Un episodio su tutti: il 25 maggio 2013 sfidò la natura e gli avversari per prendersi le Tre Cime di Lavaredo in mezzo alla tormenta e a una fitta nebbia. Di lui si persero le tracce, tranne quando spuntò a braccia alzate, e in maglia rosa, quasi sulla linea del traguardo.

Di grave, dopo il suo ritiro, annunciato nella scorsa primavera, fra le lacrime, c'è che il ciclismo italiano non riesce a intravedere un altro Nibali. Le corse a tappe, per un po’, resteranno una chimera per i colori azzurri. Lui nel frattempo si sarà ritirato a Lugano e, sulle rive del lago, svelerà ai figli i trucchi per alimentare la fantasia e proiettarla più in alto possibile.

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